La Corte EDU sul conflitto armato tra Georgia e Russia: la violazione dei diritti umani nell’ambito del c.d. processo di borderizzazione (CEDU II sez., sent. 9 aprile 2024, ric. n. 39611/18)

La decisione adottata dalla Corte EDU origina dal ricorso presentato dalla Georgia contro la Federazione Russa, per la presunta violazione di diverse disposizioni convenzionali (artt. 2 e 3, artt. 5 par. 1 e 8, artt. 1 e 2 del Protocollo n. 1 e 2 del Protocollo n. 4). Le circostanze del caso si inseriscono contesto del conflitto armato tra Georgia e Russia del 2008, all’esito del quale sono stati riconosciuti due Stati indipendenti: l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. Sulla base di accordi di “amicizia e cooperazione”, la Russia ha stabilito basi militari in ciascuna di queste due Regioni separatiste ed è stata istituita una linea di confine amministrativo (ABL) più tardi delimitata con barriere fisiche, per impedirne il passaggio o l’attraversamento da parte dei georgiani. Questo processo di borderizzazione, si è fatto nel tempo, sempre più intenso nonostante l’espressa condanna da parte della comunità internazionale. Il Governo ricorrente, nel caso di specie, ha lamentato l’uccisione di civili di etnia georgiana che avevano tentato di uscire o di entrare dai/nei territori dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud nonché la mancanza di un’indagine adeguata in violazione degli aspetti sostanziali e procedurali dell’art. 2. La Corte EDU ha rilevato come tali episodi non fossero meri accidenti o eccezioni isolate, ma parte di un sistema o di un modello di respingimento in cui l’uso della forza non era “assolutamente necessario” e, per ciò, ha dichiarato la violazione dell’aspetto sostanziale e procedurale dell’invocato art. 2 Cedu. Analogamente, e con riferimento al trattamento degradante riservato ai detenuti georgiani per “violazione del confine”, i Giudici di Strasburgo hanno ritenuto violato l’art. 3 della Convezione e, finanche, l’art. 5 par. 1, rispetto al quale si è stabilito come le autorità dell’Abkhazia non potessero ordinare un arresto o una detenzione legale per mancanza di una base giuridica. Questa ultima motivazione è stata utilizzata dalla Corte per risolvere anche la questione sollevata sull’art. 2 del Protocollo n. 4, giungendo alla conclusione che le stesse autorità non potessero disporre o ordinare restrizioni alla libertà di movimento dei georgiani. Di riflesso, tali restrizioni hanno avuto ripercussioni ed interferenze con i diritti di cui all’art. 8 della Convenzione e con l’art. 1 del Protocollo n. 1, ritenendo tali ingerenze illegittime. Infine, riguardo alla doglianza avanzata dal Governo ricorrente sulla presunta violazione dell’art. 2 del Protocollo n. 1 ovvero la negazione del diritto all’istruzione in lingua georgiana per i georgiani stabiliti in Abkhazia, la Corte ha ritenuto che il diritto in questione sia stato limitato in misura tale da pregiudicarne l’essenza stessa e privandolo della sua efficacia, ritenendo – oltre ogni ragionevole dubbio – tale pratica amministrativa contraria alla suddetta disposizione.

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