In occasione del ricorso presentato contro la Slovacchia, la Corte di Strasburgo è stata investita di
una questione circa la presunta violazione dell’art. 3 della Convenzione in seguito alla
sottoposizione del ricorrente a perquisizioni corporali approfondite (che includevano lo spogliarsi e
l’accovacciarsi) prima e dopo ogni trasferimento all’interno dell’istituto penitenziario in cui egli era
detenuto; è altresì denunciata al riguardo sempre in relazione al medesimo parametro, la mancanza
di un rimedio interno effettivo.
A tal proposito, la Corte ribadisce che le perquisizioni corporali integrano, in linea di principio, una
misura molto invasiva e potenzialmente degradante, che richiede una giustificazione plausibile;
perquisizioni cui non è dubbio sia stato sottoposto il ricorrente frequentemente e in numerose
occasioni, prima e dopo ogni trasferimento (accaduto circa una quarantina di volte) all’interno del
sistema penitenziario. Sembra inoltre che il ricorrente, durante la sua detenzione e nonostante
l’applicazione di diverse misure di sicurezza, sia stato fatto oggetto di una pratica sistematica di
controlli transfrontalieri pur in assenza di convincenti ragioni di sicurezza.
Alla luce di quanto considerato, la Corte ha accertato la violazione dell’art. 3 CEDU.

