Con la decisione in commento, la Corte Edu si è pronunciata sul caso di un cittadino danese condannato per diffamazione per via di alcune esternazioni pubblicate su una piattaforma social, riguardanti un personaggio pubblico, leader di un partito politico. La condanna del ricorrente ha costituito senz’altro un’ingerenza nella sua libertà di espressione. Tale ingerenza trovava però fondamento nella legge e perseguiva uno scopo lecito, quello di proteggere la reputazione e i diritti altrui. Per essere legittima, tuttavia, ai sensi dell’articolo 10 § 2 CEDU, essa avrebbe dovuto risultare altresì “necessaria in una società democratica”. La Corte ha affermato che, quando è chiamata a esaminare la “necessità” di un’ingerenza volta a proteggere la reputazione o i diritti altrui, essa deve verificare se le autorità nazionali abbiano operato un equo bilanciamento tra libertà di espressione (articolo 10 CEDU) e diritto al rispetto della vita privata (articolo 8). Tra i criteri utili per effettuare il bilanciamento vi sono: (a) contributo al dibattito di interesse pubblico, (b) notorietà della persona interessata, (c) oggetto della pubblicazione, (d) condotta precedente della persona interessata, (e) contenuto, forma e conseguenze della pubblicazione, nonché (f) modalità di reperimento delle informazioni e loro veridicità, e (g) severità della sanzione imposta. Secondo la Corte, i giudici nazionali nel caso di specie non hanno soppesato adeguatamente questi elementi. Non hanno valutato in modo appropriato, ad esempio, l’entità delle conseguenze dannose derivate dalla pubblicazione sulla piattaforma social, che pare minima. Se è vero infatti che in astratto milioni di utenti possono accedere a quanto viene pubblicato sui social, nel caso de quo la pubblicazione è avvenuta su un account privato, di un soggetto non noto al pubblico e non è stata ripresa dai media. La Corte ha quindi ravvisato una violazione dell’art. 10 CEDU.
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