Nel caso di specie, la Corte esamina la presunta violazione degli articoli 3 e 34 della Convenzione. Il procedimento trae origine dall’estradizione di un cittadino bahreinita, disposta dalla Serbia, a seguito del suo arresto in esecuzione di un mandato internazionale, emesso dopo una condanna in contumacia in Bahrein per reati di terrorismo.
Quanto all’articolo 3, già nel corso del procedimento di estradizione, il ricorrente aveva espresso le proprie preoccupazioni, temendo che, una volta rientrato in Bahrein, sarebbe stato sottoposto a tortura o a trattamenti inumani e degradanti, in quanto sciita e attivista politico e che la condanna lo avrebbe esposto a una pena detentiva perpetua, senza possibilità di rilascio in futuro.
La Corte, dal canto suo, rileva che i giudici interni non hanno affrontato in modo adeguato la questione del rischio di violazione dell’articolo 3 della Convenzione e che, in particolare, non hanno esaminato la situazione generale in Bahrein, né condotto un’analisi approfondita delle circostanze personali del ricorrente. Si sono, in altre parole, limitati ad un esame formale dei requisiti per l’estradizione, concentrandosi sulla natura dei reati contestati e sulla presenza illegale del ricorrente in Serbia, anziché valutare le sue doglianze ai sensi dell’articolo 3. Alla luce di quanto sopra, la Corte ritiene che vi sia stata una violazione procedurale dell’articolo 3 della Convenzione.
Quanto all’art. 34, la Corte rileva che la misura provvisoria ex art. 39 del Regolamento, che sospendeva l’estradizione del ricorrente e di cui il Governo era stato immediatamente informato, è stata disattesa, poiché l’estradizione è stata anticipata senza giustificazione. Il che permette di affermare la violazione dell’obbligo delle autorità serbe a non ostacolare il ricorso individuale presso la Corte, ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione.

