Art. 426 c.p.c.: gli effetti sostanziali e processuali della domanda si valutano in riferimento forma che l’atto introduttivo avrebbe dovuto avere (Corte cost. sent., 7 febbraio 2018 – 2 marzo 2018, n. 45) Stampa la pagina

Vadichiarata inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 426 del codice di procedura civile, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione. Secondo la Corte, le argomentazioni ei rilievi spesi dal giudice rimettente (anche in sintonia con la posizione di parte della dottrina processualcivilistica) muovono nella direzione di una ridefinizione del passaggio dal rito ordinario al rito speciale »- quale ora recata dall'art. 426 cod. proc. civismo, in termini di "diritto vivente", nel senso che il mutamento del rito (rispondente ad un principio di conservazione dell'atto proposto in forma erronea), in ogni caso, solo pro futuro, cioè ai fini del rito da seguire dell'esperienza, senza penalizzanti effetti retroattivi, restando - in altri termini - fermi quelli, sostanziali e processuali, riconducibili all'atto introduttivo, sulla scorta della forma da questo in concreto assunta (e, cioè, nel caso, sulla base di un atto di citazione tempestivamente comunque notificato alla controparte ). Una favola auspicata riformulazione del meccanismo di conversione del rito sub art. 426 cod. proc. civ. risparmi, appunto, una valutazione di opportunità, e di maggior coerenza di sistema, di una sanatoria piena, e non dimidiata, dell'atto irrituale, per raggiungimento dello scopo. Ma non per questo articolo ad una esigenza di reductio ad legittimitatem della disciplina attuale,

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